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Parrocchia Mater Dei
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Nella foto: Benito Mussolini visita gli operai delle acciaierie di Terni.
Autore: Giorgio Vecchio
Pubblicato in: Don Orione e la politica del suo tempo in Aa.Vv., San Luigi Orione: da Tortona al mondo.

Giorgio Vecchio, Don Orione e la politica del suo tempo in Aa.Vv., San Luigi Orione: da Tortona al mondo. Atti del Convegno di studi, Tortona, 14-16 marzo 2003, ed. Vita e Pensiero, Milano, p.198-211.

Patriottismo e fascismo negli anni Trenta
 

Un sicuro punto di incontro tra la grande maggioranza dei cattolici italiani e i fascisti fu offerto dall’adesione di entrambi gli schieramenti ai postulati nazionalistici. Per quanto i cattolici (salvo punte estreme e minoritarie) mantenessero salda la loro riserva mentale contro l’esasperazione dell’amor di patria – e lo abbiamo già notato nello stesso don Orione -, in  pratica ci si trovò tranquillamente dalla stessa parte nelle più diverse occasioni: dall’aggressione all’Etiopia nel 1936 alla partecipazione alla guerra civile di Spagna, all’intervento del 1940[1].

I giudizi personali di don Orione – che ricalcarono sostanzialmente quelli dell’intera cattolicità italiana – sui principali fatti della politica interna e internazionale degli anni Trenta vanno ancora riordinati e analizzati. Di certo egli fu turbato dalle notizie che provenivano dalla Chiesa messicana[2]. Ugualmente e ancor più partecipò emotivamente alle vicende spagnole, entro un quadro complessivo del quale scorgiamo oggi le tante ombre. In effetti a quel tempo la stampa cattolica italiana fece a gara per utilizzare toni da crociata: rileggendo gli innumerevoli articoli pubblicati, la nostra sensibilità attuale è colpita dai silenzi di fronte ai continui eccessi dei franchisti, anche quando questi uccidevano sacerdoti baschi o esponenti democratici cristiani, tutt’altro che classificabili tra i ‘senza Dio’. Le versioni accolte e mai verificate erano sempre quelle di una sola parte, fino ad addebitare la distruzione di Guernica ai ‘rossi’ e non già ai tedeschi. Pochi furono i cattolici europei che si distinsero per la capacità di comprensione del rischio del­l’abuso della fede e che cercarono di usare anche categorie interpretative socio-politiche di quanto stava accadendo. Guido Gonella, Alcide De Gasperi, Gerardo Bruni, don Primo Mazzolari, don Luigi Sturzo furono tra coloro che più rimasero cauti o anzi alzarono qualche voce dissonante rispetto al coro, senza ovviamente negare la gravità delle violenze perpetrate dal fronte repubblicano. Con molta chiarezza Gonella parlò di urto in atto «fra due disordini», mentre Sturzo ricordò che la Chiesa non era chiamata a combattere con le armi i suoi persecutori, bensì a pregare per la loro conversione[3].

Quando Francisco Franco promosse il tentato colpo di stato che diede il via alla guerra civile, nel luglio 1936, don Orione si trovava assai lontano, in Argentina (dove, come si sa, rimase dal 1934 al 1937). In un primo momento la sua preoccupazione fu per la guerra civile in se stessa, come appare da una sua lettera del 25 luglio 1936[4]. Questo atteggiamento quasi di equidistanza, che corrispondeva a quello degli altri cattolici italiani, fu tuttavia rapidamente superato. Anche don Orione, infatti, posto di fronte all’esplodere della violenza anticristiana, si avvicinò alla causa franchista. Scriveva il 18 settembre: «Qui è un momento di trepidazione: se le cose di Spagna andassero male, qualche movimento comunista va a capitare anche in Argentina, che sente molto della Spagna, ed ha forti gruppi e qualche provincia (Cordoba) in mano ai comunisti»[5].

Sono concetti che ritornano in altre sue lettere del periodo e che si legano al timore (irrealistico) che l’Unione Sovietica potesse far pendere la bilancia della guerra in favore della repubblica. Conformemente al suo carisma, peraltro, il prete piemontese si concentrò subito sulle ipotesi di soccorso verso le vittime del conflitto, proponendosi di far arrivare in America Latina i piccoli orfanelli spagnoli, anche allo scopo – argomentava – di evitare che essi potessero essere trasportati in Russia per essere marxisticamente indottrinati. Dall’esperienza della guerra civile don Orione ricavò anche il timore di future, nuova gravi persecuzioni per la Chiesa, come scriveva in una lettera del 23 aprile 1939, a guerra ormai conclusa[6].

È interessante pure ricordare il fatto che in Spagna si trovavano sacerdoti orionini e che due di loro, il p. Ricardo Gil Barcelon e il postulante Antonio Arrué Peirò, vi persero la vita.[7] Ciò spinse don Orione a pensare subito alla proposta di fare memoria delle vittime «messi a morte in odio alla fede». Così si legge in una sua minuta datata 1° aprile 1939, nella quale don Orione insisteva su temi che ne mostrano la totale aderenza al comune sentire cattolico del tempo:  «Non sarebbe questo – nell’ora in cui il popolo spagnolo esalta i suoi caduti e liberatori, con grandi festeggiamenti civili: mentre tutti auspichiamo ad una vera rinascita cattolica di quella Spagna che ha dato tanti Santi – il suggello, dirò così, al trionfo della Chiesa sul bolscevismo, della civiltà cristiana su tanta barbarie?»[8].

Malgrado il suo grande cuore, anche don Orione non sfuggiva dunque agli stereotipi indotti dalla propaganda e non si rendeva conto che il trionfo della ‘civiltà cristiana’ sulla ‘barbarie’ era avvenuto impiegando gli stessi metodi spietati che ai ‘barbari’ si imputavano.

Ben più lucido ci sembra il giudizio di don Orione sul nazismo, specialmente a partire dal 1938 quando i suoi caratteri furono seguiti con maggiore attenzione in Italia, a causa dell’or­mai irreversibile avvicinamento di Mussolini a Hitler. Non ci sono dubbi sul sentire di don Orione al riguardo, anche se certe testimonianze vanno forse ridimensionate criticamente. Secondo don Giovanni Venturelli, per esempio, nel maggio 1938 pochi giorni dopo la visita di Hitler a Roma, don Orione si espresse con durezza e «parole impressionanti e infuocate con riferimento alle idee hitleriane di sterminio degli infelici»[9]. Sorprende un po’ quella parola ‘sterminio’, visto che nessuno ancora poteva ipotizzare quello che sarebbe successo anni dopo ad Auschwitz e negli altri Lager e che, anzi, non si era neppure ancora verificata la ‘notte dei  cristalli’, che contribuì nel novembre successivo a far percepire almeno a parte dell’opinione pubblica mondiale quale destino si andava preparando per gli ebrei. Il sospetto, insomma, è che in testimonianze come questa al ricordo originario si siano sovrapposti termini ed espressioni di epoca successiva. Certo è che Don Orione dopo l’invasione della Polonia dalle truppe del Terzo Reich, manifestando la preoccupazione per la sorte di quel popolo, aggiunse: “Si sa che là ci sono parecchi milioni di Ebrei: preghiamo anche per gli Ebrei: tutti siamo fratelli!".[10]

Più precisa ci sembra la testimonianza di don Giuseppe Zambarbieri: «Ricordo la sua gioia quando S. Em. il Card. Schuster pronunciò, all’inizio dell’Avvento ambrosiano del 1938, il famoso discorso in cui condannava apertamente il razzismo definendolo eresia antiromana. Mi fece acquistare un gran numero di copie del giornale che riportava il discorso perché volle darne copia a tutti i suoi Sacerdoti. Per don Orione i nemici della Chiesa, al di qua e al di là delle Alpi, erano ‘indemoniati’ che attraverso la statolatria e il paganesimo avrebbero finito per portare le loro nazioni alla rovina»[11].

Qui siamo di fronte, infatti, a un atteggiamento che fu alquanto diffuso tra i cattolici italiani più sensibili, molti dei quali – anche dai vertici della S. Sede e dell’episcopato – manifestarono entusiasmo e condivisione per l’omelia del card. Schuster, che fu invece letta con preoccupazione dai fascisti e con rabbia dai nazisti, anche se in essa non mancavano limiti e sorprendenti silenzi[12].

Un’ultima testimonianza è dovuta infine a don Umberto Terenzi, secondo il quale proprio poche ore prima della morte, il 12 marzo 1940, don Orione si dichiarò timoroso riguardo alla visita del ministro degli esteri del Reich, von Ribbentrop, a Pio XII, avvenuta il giorno prima[13], pensando che ciò celasse qualche altro tradimento ai danni della Chiesa. Don Orione era ormai ben conscio della persecuzione anche religiosa in corso nella Polonia occupata tanto da parte tedesca quanto da parte sovietica[14].

I fatti e i giudizi specifici potevano dunque ora avvicinare al regime fascista (come nel caso della partecipazione alla guerra di Spagna) ora allontanare (come nel caso del giudizio sulla Germania nazista). Ma, come si è accennato, rimaneva il terreno privilegiato di incontro costituito dal patriottismo e dal nazionalismo, più o meno temperato che fosse.

Don Orione descriveva l’amor di patria come qualcosa di diverso e di preesistente rispetto alla politica, che anzi si intrecciava con la carità: «Come ameremo noi la patria? Nessuno più di noi amerà la patria perché più grande amore di patria non c’è che abbracciando i poveri, ricoverando i poveri, evangelizzando i poveri, i piccoli! La patria si ama compiendo opere di carità, di misericordia!»[15].

E forse con una sottile puntata ironica contro gli eccessi del patriottismo verbale fascista, don Orione citava un celebre patriota risorgimentale come Silvio Pellico:  «Egli dice che bisogna guardarsi da chi grida: ‘Patria! Patria!’ e poi non onora la Patria con la vita cristiana e onesta e, domani, sarebbe magari pronto a darla in mano a gente disonesta!»[16].

Questo amore per la propria terra natale fu sempre presente in don Orione e, del resto, lo abbiamo già ricordato. È interessante notare che già nel clima del primo dopoguerra, il prete piemontese, in una lettera al suo vescovo parzialmente pubblicata dalla stampa, aveva posto con chiarezza il problema delle connessioni tra evangelizzazione, sostegno agli emigrati italiani e ruolo anche patriottico del prete. Descrivendo lo sviluppo delle sue iniziative in Brasile, egli aveva accennato infatti all’amore degli emigrati per la loro terra natale: «Lo Stato deve fare di più per tenere viva l’Italia all’estero, e dove specialmente, come qui, vi sono tante forze morali, tanti valori, dove vi è tanta anima italiana ancora! Si è fatto tanto per Trento e per Trieste, e va benissimo, ché si trattava anche di qualche centinaio di migliaia di italiani; ma qui si tratta di milioni di nostri emigrati e di milioni di figli di italiani».[17]

Don Orione aveva avanzato nell’occasione anche l’idea di esentare dal servizio militare quei preti disposti a stare cinque anni in mezzo agli emigrati, imitando la Germania e la Francia. Questi paesi, a suo dire, sostenevano tutti quei religiosi che facevano sì opera di apostolato all’estero, ma che si preoccupavano di svolgere pure «propaganda tedesca tra i tedeschi» o viceversa «per tenere alto il prestigio francese»[18]. Un po’ in coerenza con questa convinzione, don Orione pretese che in tutti gli istituti da lui fondati vi fosse una copia della Divina Commedia [19].

Il legame tra patriottismo e cattolicismo, secondo i canoni del neoguelfismo del tempo, emerge molto bene in un’omelia tenuta in Argentina da don Orione alla Messa di Natale organizzata dall’Associazione Patriottica Italiana, il 25 dicembre 1936. Si era dunque a pochi mesi dalla proclamazione dell’impero italiano in Etiopia.

Dopo aver parlato della natività e del bisogno dell’umanità di avere Gesù, egli disse infatti: «E come ci stringi a Te e alla tua Chiesa, così stringici ognor più tra di noi e alla nostra Italia, che amiamo e vogliamo forte, onorata e gloriosa. […] O Cristo Gesù, noi ti preghiamo per il Re e Imperatore Vittorio Emanuele III, nostro augusto Sovrano; Ti preghiamo per l’Uomo provvidenziale che regge le sorti del nostro Paese, e lo guida nella via dell’onore e della gloria. Nel tuo Nome, o Cristo Signore, noi salutiamo, col più grande entusiasmo e orgoglio nazionale, il nuovo Impero romano: noi sentiamo, o gran Dio, la missione di pace e di cristiana civiltà che oggi Tu hai dato alla nuova Italia, chiamata a spezzare le catene d’ogni servitù, ad unificare le genti, a camminare alla testa dei popoli per la salute e i destini del mondo»[20].

Don Orione relatizzava la missione italiana nel mondo, allora tanto esaltata, affermando che: «La più grande gloria e grandezza della nostra Italia è quella di essere il centro della Fede che ha sparso la civiltà, la vera civiltà nel mondo. Sempre si deve mettere, prima di tutto, in grande rilievo perché la maggior gloria è quella di essere al centro del Cristianesimo e di accogliere la sede della Cattedra del Vicario di Cristo. Solamente per questo si può ancora oggi chiamare l’Italia nostra caput mundi!»[21].

Affermazioni del genere, comunque, segnavano anche la presenza di un limite netto nei confronti dell’ideologia imperialistica e militaresca del regime, rivendicando ancora una volta la superiorità della Roma cristiana rispetto alla Roma imperiale.

Di un certo interesse sono anche le indicazioni che don Orione diede rispetto al simbolo per eccellenza della patria, ovvero la bandiera. Il neoguelfismo di don Orione si espresse più volte in originali omaggi al Tricolore e al suo rapporto con la Croce, superando d’un balzo tutte le diffidenze e persino gli insulti a suo tempo scatenati dai cattolici intransigenti contro l’odiato simbolo dell’unità nazionale[22].

«Simboli indistruttibili di realtà sublimi, aspetti distinti e definiti di quell’unico amore che Dio ha imposto agli uomini come legge che tutto compendia […] La Croce segno della nostra fede, il Tricolore espressione di amore alla Patria: oggetti promananti da un solo principio: Iddio», scriveva D. Sparpaglione parlando di “Bandiere e gonfaloni Al Santuario” della Madonna della Guardia di Tortona, “centro e cuore della Piccola Opera della Divina Provvidenza”.[23]

Poteva anche capitare, nell’ultimo periodo della sua vita, che un don Orione esausto e privo di voce si limitasse a dire poche parole concludendole però con un bacio alla bandiera nazionale. Così per esempio nel 1939, ricevendo al Santuario della Madonna della Guardia le scolaresche delle classi elementari di Tortona «Prende il drappo tra le mani - la voce ora è squillante -, saluta nel Tricolore il simbolo sacro delle vittorie gloriose di questa Italia nuova e benedetta e, con trasporto, stampa sul vessillo il suo bacio»[24].

Ma, come si è più volte detto, il patriottismo di don Orione e degli orionini non era incondizionato e ciò si rifletteva anche sui simboli: «Nella distinzione [tra Croce e Tricolore] è implicita una gerarchia – si scriveva nel 1938 - […] Il primo simbolo, la Croce, contiene necessariamente il secondo, il Tricolore […] Perciò quanto è bello e doveroso il palpito dei cuori attorno al Tricolore, simbolo della Patria, altrettanto è meschino e assurdo il concetto d’una religione nazionale che tronchi e soffochi nei liberi cittadini la comunione della Fede con i Redenti del sangue di Dio umanato sparsi per ogni lido e uniti nel vincolo dell’Amore universale».[25]

Di conseguenza «il fremito delle bandiere» sarebbe stato «santo» solo se le mille Patrie avessero trovato una sintesi superiore nell’unità della fede e nella fratellanza dei popoli[26]. «Noi amiamo la nostra patria – ribadiva don Orione - ma tutto il mondo è patria pel figlio della Provvidenza che ha per patria il cielo»[27].

Era coerente con queste idee l’invito a compiere uno sforzo di ‘inculturazione’ proposto da don Orione ai suoi missionari. In suo importante e chiarificatore intervento del 5 agosto 1921 egli invitò infatti a fare bene attenzione a che la nazionalità non acquistasse toni «di imperialismo e di egoismo nazionale»[28] e soprattutto a evitare di fare confronti tra le diverse culture, avendo invece riguardo per le persone di altra nazionalità e ridimensionando l’attaccamento personale alle proprie usanze.[29] La fedeltà alle proprie radici si apriva – secondo una visione di grande intelligenza e modernità – verso ogni altra forma di cultura e di tradizioni storiche: «E in Piemonte saremo piemontesi, in Calabria, calabresi; a Venezia, veneziani; al Brasile, brasileri; in Liguria veri genovesi e a Roma, veri e perfetti romani»[30].

Lo scoppio della II guerra mondiale e l’invasione della Polonia diedero conferma ai tanti timori che don Orione aveva espresso da mesi. Della guerra il prete tortonese aveva una visione estremamente concreta e realistica, che faceva a pugni con le facilonerie della propaganda militarista. Si leggano questi due brani, pronunciati a distanza di una decina di mesi l’uno dall’altro: «La Chiesa sempre, nelle litanie che sono le preghiere più liturgiche, da secoli ha sempre invocato la liberazione dalla guerra: A peste, fame et bello libera nos, Domine. La guerra distrugge l’uomo, distrugge il prodotto del lavoro umano, distrugge le arti ed immiserisce gli uomini e porta malattie generali che falciano le vite. In Italia, dopo la prima guerra, abbiamo avuto la spagnola che ha mietuto più vite della guerra. Tanto più una guerra fatta oggi, con i gas che in poco distruggerebbero una città intera»[31].

O ancora: «Anche voi pregate e fate Comunioni, che Iddio tenga lontano il flagello della guerra, specialmente oggi; la guerra è, significa devastazione! Se dovesse scoppiare la guerra, la maggior parte di voi, per non dire tutti, diventerebbero carne da macello; i mezzi spaventosi di oggi ed i gas velenosi in men di un’ora e mezza potrebbero dare morte a tutti gli abitanti di Torino. Poi, il veder case distrutte, palazzi trasformati in rovine, monumenti scomparsi, è gran pena; ma è pena più grande vedere mucchi di morti!… Se Dio non ci mette la mano andiamo al galoppo verso la guerra; se Dio non ci mette la mano, poveri noi!…Questa è la mente della Chiesa e del Vicario di Cristo; che tutti preghino per allontanare la guerra»[32].

Parole anche più tenui di queste provocarono, a partire dall’autunno 1939, numerosi fermi e arresti di preti, taluni dei quali furono mandati al confino[33]. Il governo fascista, infatti, non poteva consentire che la popolazione fosse posta di fronte alla cruda realtà: la guerra doveva continuare a essere vista nel suo alone di eroismo e di gloria romanzata, piuttosto che nelle sue inevitabili conseguenze concrete.

Nel corso del 1939 don Orione seguì con attenzione e passione le vicende polacche. Si ricorderà al riguardo che egli aveva da tempo un solidissimo legame con la Polonia, testimoniato dall’apertura di una prima casa a Zdunska Wola nel 1923 e dalle reiterate affermazione del suo amore per quel paese[34]. Con il precipitare della situazione, don Orione dovette prendere provvedimenti per far anticipare gli esami agli studenti polacchi (e di altre nazioni ‘a rischio’) presenti a Roma, onde consentire loro di tornare quanto prima a casa. Previde anzi che la questione di Danzica avrebbe provocato la guerra, come poi accadde[35].

Lo scoppio effettivo del conflitto, il 1° settembre 1939, commosse tantissimo don Orione. Commentando il fatto, mise in guardia da ogni illusione, perché la guerra si sarebbe certo allargata ad altri, forse anche all’Italia stessa, per la qual cosa c’erano «tanti motivi di temere»: «Si apre il sipario su una tragedia di cui non possiamo prevedere le dimensioni… Che cosa sarà domani del mondo? Che cosa sarà dell’Italia? Che cosa sarà della Congregazione e di noi? Noi viviamo di fede e crediamo che sopra tutti e sopra tutto c’è il Signore, che guida i popoli e sorregge le nazioni, specialmente nei periodi più burrascosi della loro storia… Però, ci sono veramente tanti motivi di temere che anche la nostra Italia si trovi coinvolta in questa tragedia […] Opponiamo i rosari ai cannoni e mettiamo le mani giunte al posto di quelle che impugnano le armi che uccidono»[36].

La simpatia per la Polonia invasa fu alquanto diffusa tra i cattolici italiani, al punto che la polizia e i carabinieri intervennero più volte per segnalare che nelle chiese si tenevano omelie troppo sbilanciate nella critica alla Germania rea di aver scatenato la guerra. Gli episodi sono numerosi e basteranno qui solo alcuni esempi. Si ricordi intanto che nel cuore della Bassa Padana, un prete molto diverso da don Orione (anche se con lui in ottimi rapporti di reciproca stima)[37] si esprimeva privatamente in termini non dissimili. Da Bozzolo, infatti, don Primo Mazzolari scriveva così all’amico Guido Astori, il 15 settembre 1939:  «Ho la Polonia sul cuore e non ti dico dove arrivo con certe mie suggestioni. È la crisi della cattolicità, sommersa dal nazionalismo, che abbiamo accettato senza discrimine, credendo di poter lavorare meglio religiosamente. Forse, la Provvidenza ci vuole aprire gli occhi»[38].

In pubblico, a Codogno, nel Lodigiano, il bresciano padre Giulio Bevilacqua (il futuro cardinale) chiese di pregare Dio affinché salvasse la Polonia e risparmiasse all’Italia ogni calamità[39]. Il 4 novembre 1939 a Fino Mornasco, comune alle porte di Como, il parroco don Pietro Caccia «dopo aver celebrata la storica data, diede lettura dell’enciclica papale mettendo in evidenza la parte riferentesi alla Germania ed alla Polonia, provocando sfavorevoli commenti tra i fascisti. Non si verificò alcun incidente»[40]. Secondo i carabinieri, il sacerdote lamentò inoltre «la scomparsa dello Stato polacco ed accus[ò] la Germania di aver aggredito questa»[41]. Qualche tempo dopo, alla vigilia dell’intervento italiano, e precisamente il 17 maggio 1940 a Verolanuova nel Bresciano, mons. Paolo Guerrini, uomo di grande cultura e prestigio, proclamò che «Noi cattolici siamo universali. Gesù Cristo ha predicato la fraternità e non la divisione fra i popoli. I libertini e i pagani vogliono la guerra e mandano gli altri a farsi ammazzare: tutti i potenti sono caduti e cadranno ancora i prepotenti. I barbari invasori del Nord lottano come tanti lupi, iene e sciacalli per rapire i beni della terra e non fanno come noi che lottiamo per i beni spirituali. Dio benedica tutti; benedica specialmente i popoli che in questo momento subiscono l’iniqua invasione»[42]. Mons. Guerrini fu deferito alla Commissione provinciale per il confino e condannato a tre anni di sorveglianza[43].

In questo contesto don Orione compì gesti davvero clamorosi, dei quali sarebbe opportuno verificare gli esiti nelle carte di polizia. Il 3 settembre 1939, infatti, don Orione fece un ardente discorso al Santuario della Guardia e fece collocare la bandiera polacca sull’altare maggiore, invitando i chierici a salire per baciarla. Dopo qualche giorno, quella stessa bandiera fu collocata su una parete della camera di don Orione, dove si trova tuttora. Al santuario, don Orione si sbilanciò con parole vibranti e tenere rivolte ai chierici polacchi.

«Ritornando in Patria vostra, ditelo agli altri, che il popolo italiano vi ama, ed io me ne faccio interprete, io che ho voluto che la vostra bandiera fosse stesa sull’Altare del Signore. Una sola fede, un solo amore unisce i due popoli.

Non guardate ai giornali, perché è evidente che, se i giornali italiani parlano male dei polacchi, quelli polacchi parlano male degli italiani. Ma noi dobbiamo essere superiori a queste tristi vicende! […] Non guardate ad essi, perché se la prepotenza di un uomo [Hitler] cerca di mettere lo scompiglio e gettare un’ombra sui due popoli, non gli riuscirà mai di togliere la fede comune, il nostro amore al Papa, la simpatia che i due popoli hanno sempre avuta tra loro […]

Domani partirete. Vi accompagneremo tutti alla stazione, con la banda. Un chierico polacco porterà la bandiera polacca; un chierico italiano quella italiana. Se qualche difficoltà dovessimo incontrare rispondo io; avranno da parlare con me. Parlo così perché, modestia a parte, sono tal prete e tal cittadino conosciuto in tutta Italia, da poter bene interpretare il vero sentimento degli italiani in questo momento; i quali, certamente, non si sentirebbero di combattere contro i polacchi, se non minacciati dalla pistola; mentre ben si sentirebbero di combattere contro altri, che domani crederanno di averci a fianco nella lotta»[44].

E così fu: il 4 settembre il prete tortonese accompagnò alla stazione con la banda i chierici polacchi in partenza, facendo precedere il corteo dalle bandiere italiana e polacca[45]. Il 9 seguente indirizzò un messaggio ai «cari miei figlioli Polacchi». Le dichiarazioni di affetto per i propri discepoli e di amore per la nazione polacca, si combinavano peraltro all’ipotesi di un loro esilio volontario «piuttosto che andare a trovarvi sotto il dominio straniero in Polonia»[46].

Erano ormai le ultime prese di posizione di un uomo a cui la morte avrebbe risparmiato di assistere agli orrori della guerra totale anche in Italia, quegli orrori che a ogni modo egli aveva lucidamente intravisto e descritto. Alla sua scomparsa, la polizia fascista dovette ancora una volta prendere atto dell’immensa popolarità raggiunta da don Orione, mettendo in contrapposizione le sue realizzazioni con quelle dello stesso regime: «La morte di Don Orione – si scriveva da Milano il 14 marzo 1940 con una prosa un po’ contorta, ma chiarissima nella sostanza – solleva ondate di pietà e di fede per lo zelo e l’entusiasmo che detto benefattore ha documentato largamente. E molti dicono che tali vite esemplari meriterebbero imitazione. Naturalmente si fanno raffronti dei procacciatissimi oltranzisti di molti gerarchi e di uomini che comunque hanno potuto sfruttare qualche posizione e la vita di Don Orione, e se ne traggono conseguenze tutt’altro favorevoli per i secondi. Si nota come attorno ad un siffatto apostolo siano venute opere solide di bene, mentre i concetti autoritativi, male seguiti e non controllati o male controllati, ne danno spettacoli tutt’altro che confortanti»[47].

 


[1] Per quanto riguarda l’atteggiamento dei cattolici rispetto alla guerra in Etiopia, occasione nella quale si raggiunse forse il massimo consenso verso il regime, cfr almeno D. SARESELLA, Le riviste cattoliche italiane di fronte alla guerra d’Etiopia, in «Rivista di Storia contemporanea», 19 (1990), 3, pp. 447-464.

[2] La parola grave del Papa sulla persecuzione del Messico, in «Piccola Opera della Divina Provvidenza»,  dicembre 1926. Gli accenni alla persecuzione messicana ritornano varie volte negli scritti e nei discorsi di Don Orione: “Che se dovremo cadere, cadremo fra le braccia di Gesù e della Chiesa: cadremo come i martiri, come i fratelli del Messico” (Scritti 86, 90); facendo l’apologia della fede, afferma: “Le Nazioni vivono per il Cristianesimo, vivono in esso, è aria cristiana l’aria che respirano, e, quando quest’aria manca, avete il Messico, avete la Spagna, non più nazionale, avete la Russia. - Avete il Comunismo, il Nihilismo, la morte civile e sociale” (Scritti 97, 273).

[3] Cfr la Prefazione di G. DE ROSA e l’introduzione di G. CAMPANINI a I cattolici italiani e la guerra di Spagna. Studi e ricerche, a cura di G. CAMPANINI, Morcelliana, Brescia 1987.

[4] Testo in F. PELOSO, Don Orione e la persecuzione religiosa in Spagna, in «Messaggi di don Orione», 32(2000) n. 101,  p. 77.

[5] Ibid., p. 78.

[6] Ibid., p. 83.

[7] Don Orione era bene informato di quanto accadeva in Spagna e di come  la guerra civile si era trasformata anche in terribile persecuzione religiosa. Il culmine dell’uccisione di ecclesiastici e laici cattolici fu proprio tra il luglio e l’agosto del 1936. Alla fine si contarono 13 vescovi, 4184 sacerdoti seminaristi, 2365 religiosi, 283 suore e molte migliaia di cattolici uccisi esclusivamente per il fatto di professare il cristianesimo che si voleva sradicare in quella nazione. Tra quei martiri vi furono anche gli orionini Padre Ricardo Gil Barcelón e il postulante Antonio Arrué Peiró. Si veda la biografia di F.PELOSO, “Anche voi berrete il mio calice”. Padre Riccardo Gil Barcelon e Antonio Arrué Peirò martiri orionini in Spagna, Edizioni Borla, Roma 2002.

[8] Don Orione e la persecuzione religiosa in Spagna, cit., pp. 85-86.

[9] Testimonianza di Don Giovanni Venturelli, Positio 1022. Quelle parole furono pronunciate nel maggio 1938, alcuni giorni dopo la venu­ta di Hitler in Italia e del brindisi con Mussolini a Palazzo Venezia, durante il pranzo per l’inaugurazione nuovo Istituto San. Filippo in via Appia Nuova a Roma. Tra l’altro, disse bellissime parole sull'evangelico «Mandatum novum do vobis» e, alzando il bicchiere e gli occhi esclamò : «Altri hanno brindato a... ; io brindo alla carità di Cristo».

[10] Discorso del 18 settembre 1939, Parola XI p.131. Ma i propositi di Hitler e la pericolosità delle sue teorie dovevano essere ben noti se, già in un discorso del  30 settembre 1937, Don Orione rimarcò: “Si conosce la grandezza morale dell’uomo, dal cuore, perché la grandezza morale dell’uomo sta soprattutto nel cuore; non sta nell’intelligenza, non sta nella forza fisica, non sta nella forza bruta, non sta nel culto della forza… e non dico di più; e la vostra intelligenza mi avrà già compreso”. Il redattore del testo annotò: “C’è allusione alle teorie naziste germaniche del razzismo, che tanto male poi produsse conducendo alla guerra”; Parola VII, 71.

[11] ADO, cart. Giuseppe Zambarbieri.

[12] Cfr G. VECCHIO, Antisemitismo e coscienza cristiana cit., pp. 449-455.

[13]  I. GARZIA, Pio XII e l’Italia nella Seconda guerra mondiale, Morcelliana, Brescia 1988, pp. 140-142.

[14] Scritti 105, 255 e 105, 256. In Polonia si scatenò una autentica persecuzione religiosa volta a eliminare la Chiesa cattolica. Con successive retate di arresti, fu imprigionato gran parte del clero, molti religiosi ed anche laici che avevano una qualche posizione di rilevanza o di influenza nella Chiesa polacca. Sono impressionanti i dati relativi alle deportazioni nei lager. Solo a Dachau furono internati 2794 sacerdoti e religiosi di 21 nazionalità, dei quali ben 1773 erano polacchi; tra i 1034 ecclesiastici che vi trovarono la morte, ben 868 erano polacchi! La Chiesa ha riconosciuto come beati martiri 108 rappresentanti della Chiesa Polacca, sacerdoti, religiosi e laici; tra questi anche il sacerdote orionino Francesco Drzewiecki. Cfr F. PELOSO – J. BOROWIEC, N.22666: Francesco Drzewiecki. Un prete nel lager, Borla, Roma 1999; sul tema specifico della persecuzione religiosa in Polonia, si veda R. A. GRAHAM, Il piano straordinario di Hitler per distruggere la Chiesa, “La Civiltà Cattolica” 1995, p.544-5552.

[15] Parola XI, 6.

[16] Discorso 4 luglio 1939, Parola  XI, 6-7.

[17] Così in un articolo apparso sul giornale  “Il popolo” di Tortona, il 6 novembre 1921; Scritti 106, 92.

[18] Don Orione, l’Italia e gli italiani all’estero, in «Il Popolo di Tortona», 6 novembre 1921. Si ricordi che prima dei Patti Lateranensi del 1929 anche i seminaristi e i preti erano tenuti a prestare il servizio militare.

[19] Ho trovato la notizia è in A.C. JEMOLO, «Viveva la speranza di una società riconquistata a Cristo».  Effettivamente Don Orione stabilì: “In ogni Casa ci sia la Divina Commedia di Dante Alighieri”; Scritti 86, 54.

[20] L’ispirata parola di don Orione, in «Il Mattino d’Italia», 26 dicembre 1936.

[21] Discorso 4 luglio 1939, Parola  XI, 6-7.

[22] Cfr a G. FORMIGONI, Simboli religiosi e tricolore nel movimento cattolico dall’Unità alla Conciliazione, in Gli italiani e il Tricolore. Patriottismo, identità nazionale e fratture sociali lungo due secoli di storia, a cura di F. TAROZZI e G. VECCHIO, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 263-293; G. VECCHIO, Il Tricolore, la politica e l’educazione civile degli italiani: idee per nuovi studi, in «Annali di storia delle istituzioni scolastiche», 8 (2001), pp. 123-143; Id., Il Tricolore, in Almanacco della Repubblica. Storia d'Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane, a cura di M. RIDOLFI, Bruno Mondadori, Milano 2003, pp. 42-55.

[23] D. Sparpaglione, La Croce e il Tricolore, in «Piccola Opera della Divina Provvidenza», maggio 1938. Don Orione, per quanto poté, combatté una sua pacifica contestazione all’ideologizzazione che la bandiera aveva subito durante il fascismo, con la contemporanea esposizione delle bandiere di altre nazioni ov’era presente la congregazione. Così appunto fece al santuario di Tortona, ove “sfolgoreranno i cento vessilli perché i Figli della Divina Provvidenza si spargeranno a portare in tutto il mondo il nome e la luce di Cristo” (Ibid.).  Però non sempre ciò gli fu possibile. Quando dal Consiglio Superiore di Alessandria ebbe delle precise rimostranze contro i suoi Istituti  Dante e San Giorgio, si adattò: “Nessuno ha affrontato per vent’anni il pericolo di aver chiusa la Casa della Provvidenza come me, che non ho mai messo fuori la bandiera italiana e mettevo fuori le bandierette di tutte le Nazioni. Sono cambiati i tempi. Ogni Casa abbia il tricolore, anche i Seminari. Ogni Casa abbia il quadro del Papa, del Re e del Capo di Governo. Quello che vi dico per le autorità dello Stato, dico anche per gli Enti parastatali”; verbale della riunione con i sacerdoti del 4 agosto 1934; Riunioni p.149.

[24] G. Zambarbieri, Entusiastica dimostrazione di affetto e di venerazione a don Orione nella sua Tortona, in «Piccola Opera della Divina Provvidenza», giugno 1939.

[25] Ibid.

[26] D. Sparpaglione, La Croce e il Tricolore, cit.

[27] Lettera a Don Carlo Pensa del 5 agosto 1920; Scritti 20, 96.

[28] “Stiamo ben attenti che il regionalismo non ci impicciolisca: e stiamo attenti che anche la nazionalità spesso sa di imperialismo e di egoismo nazionale. Ché la nazionalità si sostituisce bene spesso alla carità; e non si può essere perfetti nella carità, se non a condizione di spogliarci dei particolarismi regionali e dei nazionalismi, e degli egoismi fini delle nazionalità”; Scritti 20, 95.

[29] Sul medesimo tema ritornò in una lettera a Padre Ludovico, Guardiano del convento del Mesma (Novara): “La carità di Gesù Cristo esclude qualsivoglia egoismo, anche il «sacro egoismo», benché di egoismo sacro non ce ne sia affatto, e specialmente esclude appunto l’universalità della carità, quello che fu detto sacro egoismo nazionale: essa è universale e abbraccia tutte le nazioni e tutte le anime”; si tratta di una minuta senza data, ma collocabile attorno all’anno 1920; Scritti 42, 209.

[30] Dalla lettera già citata del 5 agosto 1920, Scritti 20, 97b.

[31] Discorso del 27 settembre 1938, al Paterno, Parola IX, 386.

[32] Discorso del 14 Giugno 1939, a Villa Moffa di Bra, Parola X, 229 e 233.

[33] Per un quadro molto significativo, cfr F. MALGERI, La Chiesa italiana e la guerra (1940-1945), Studium, Roma 1980.

[34] Papasogli, pp. 337-338; F. PELOSO, N. 22666: Francesco Drzewiecki…, cit., pp. 58-63.

[35] Appunto 1939,  Scritti 54, 243 e lettera a Don Pesce, 21 luglio 1939,  Scritti 33, 118.

[36] Discorso al Paterno di Tortona, 2 settembre 1939, Parola XI, 108.

[37] Cfr. F. PELOSO, Don Primo Mazzolari e Don Luigi Orione: due campioni del clero italiano, “Impegno”, 2001, n.7, p.113-118.

[38] P. MAZZOLARI, Quasi una vita. Lettere a Guido Astori (1908-1958), Edizioni Dehoniane, Bologna 1979, p. 187.

[39] Relazione mensile, 29 ottobre 1939, del Gruppo esterno della Legione territoriale dei Carabinieri Reali di Milano, in Archivio di Stato di Milano (ASMi), b. 97, fasc. Clero - Attività nella provincia.

[40] Relazione del Questore, 15 dicembre 1939, in Archivio di Stato di Como (ASCO), Gabinetto di Prefettura (II Versamento), b. 75, fasc. 3, sottofasc. Relazioni mensili sull’attività dei partiti avversi

[41] Rapporto del 6 novembre 1939, in ASCO, gabinetto di Prefettura (II Versamento), b. 75, fasc. 3. sottofasc. Azione politica del clero. Attività Azione Cattolica.

[42] F. MALGERI, La Chiesa italiana e la guerra cit., p. 21.

[43] Cfr tra l’altro M.P. LANTERNA-ZAGNI e R. CONTI, Mons. Paolo Guerrini storico e antifascista, in F. MOLINAI – M. DORINI, Brescia cattolica contro il fascismo, Edizioni S. Marco, Brescia 1978, pp. 149-161.

[44] Parola XI, 109-114.

[45] Testimonianza di don Giovanni Venturelli, Ex Processu, 1030.

[46] Lettera 9 settembre 1939, Scritti 52, 133. Sul rapporto di don Orione e degli orionini con la Polonia si veda anche F. PELOSO, Francesco Drzewiecki. N. 22666: un prete nel Lager, Borla 1999.

[47] ACS, Polizia politica, Fascicoli personali, b. 921, fasc. Orione don Luigi.

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