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Parrocchia Mater Dei
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Autore: Flavio Peloso

Don Orione intendeva la caritą cristiana come ricostituente sociale: antibiotico e vitamina, sale e lievito.

CARITÀ DIVINA E SOCIALE

 

            Cosa ci direbbe Don Orione se gli chiedessimo qual è stata la sua esperienza della carità, della carità che salva il mondo?

            Penso che inizierebbe a rispondere più o meno così: “Eh, cari fratelli miei, la carità, la carità è Dio. La carità è la presenza di Dio nell’anima. La carità è una gioia e un fuoco che ti prende e ti urge dentro. Charitas Christi urget nos! E “amare Dio e amare i fratelli sono due fiamme di un solo sacro fuoco. Noi dobbiamo chiedere a Dio non una scintilla di carità, ma una fornace di carità da infiammare noi e da rinnovare il freddo e gelido mondo”.

 

Il punto centrale

Se Don Orione è un grande santo della carità è perché è un grande santo. Punto.

Mi viene in mente una discussione, fatta al Paterno di Tortona, tra confratelli, ancora vivente Don Orione. Discutevano su “quale fosse l'aspetto più profondo, giustificativo di tutta la vita e l'azione del nostro Padre; le risposte furono varie, ponendo la spiegazione del 'fenomeno' Don Orione alcuni nella carità, altri nella sua pietà, altri in altri particolari della sua personalità. Ad un certo punto intervenne a metterci zitti e d'accordo il compianto Don Biagio Marabotto che ci chiese: 'Ma dite: che cos'è che spiega tutto in Don Orione? Non è Dio? Ecco cos'è, soprattutto, Don Orione: un uomo che vive di Dio".

Qui sta il punto centrale dell’esperienza della carità in Don Orione, la sorgente e il dinamismo che spiega tutto: la carità di Don Orione è Dio che viveva in lui. Don Orione non solo ha frequentato Dio, ma è stato abitato da Dio per mezzo dello Spirito Santo e per questo ha vissuto una carità esplosiva, “in stato di permanente ebbrezza spirituale”, come ha osservato di lui Don Giuseppe De Luca.

 

Detto questo, vorrei ricordare che Papa Benedetto XVI nella Deus caritas est al n. 40, nomina San Luigi Orione come rappresentativo dei santi sociali del XX secolo; Don Orione per la prima metà del Novecento e Madre Teresa di Calcutta per la seconda metà. Li definisce “modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I santi sono i veri portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore”.

Papa Francesco nel discorso ai partecipanti al Congresso di Cor Unum sul tema “La carità non avrà mai fine”, il 26 febbraio 2016, ha voluto sottolineare il valore storico della carità: “la storia della Chiesa, è storia di carità. È una storia di amore ricevuto da Dio, che va portato al mondo: questa carità ricevuta e donata è il cardine della storia della Chiesa e della storia di ciascuno di noi”.

La carità è divina, solo divina, ma diventa sociale in quanto vissuta nel mondo. È un potente ricostituente sociale, è antibiotico e vitamina di umanità, sale e lievito di civiltà.

 

Lo stratega della carità.

            Quando Giovanni Paolo II ha voluto scegliere, nel giorno della canonizzazione di Don Orione, la qualifica di “stratega della carità” ha messo in evidenza proprio la dinamica pubblica, ecclesiale e civile, dell’esperienza di carità del nostro Santo.

Viviamo in un secolo – scriveva Don Orione - che è pieno di gelo e di morte nella vita dello spirito: tutto chiuso in se stesso, nulla vede che piaceri, vanità e passioni, e la vita di questa terra, e non più! La faccia della terra si rinnovella al calore della primavera; - ma il mondo morale solo avrà vita novella dal calore della carità. Vi è una corruzione nella società spaventosa: vi è una ignoranza di Dio spaventosa: vi è un materialismo, un odio spaventoso: solo la Carità potrà ancora condurre a Dio i cuori e le popolazioni, e salvarle”.

Ancor oggi, la nostra Famiglia Orionina - religiosi, suore, laici, collaboratori e devoti – con tanti limiti e debolezze, è impostata su queste convinzioni e vive di questa strategia della carità.

Dopo tanti anni che conosco la congregazione da una parte all’altra del mondo, ho l’impressione che noi Orionini siamo più stimati per le opere di carità che come religiosi, come congregazione di vita consacrata. Medesima osservazione ho ascoltato recentemente dal cardinale Joseph Cordes riferita alla Chiesa: è più stimata per quanto fa per l’uomo che per quanto fa per Dio.

Dobbiamo dispiacercene? Avviene, per dirla con Don Orione, che “tanti non sanno capire l’opera di culto ma capiscono l’opera di carità”, perché “il bene, vedete, piace a tutti, anche ai cattivi!”. In un’epoca di secolarismo avanzato, come l’attuale, ciò è ancor più vero e dobbiamo tenerne conto.

 

Purché la carità sia vera

Le opere della carità sono la finestra tramite la quale la Congregazione – e la Chiesa intera – vengono guardate e valutate. Le opere della carità sono la “sorpresa” che suscita l’attenzione (“voglio vedere perché il roveto non si consuma”; Es 3, 3), suscita simpatia, apre il dialogo, dispone all’incontro. La gratuità, anche oggi, è una grande sorpresa. Gli unici fatti veramente nuovi sono i fatti di gratuità. Tutto il resto è previsto, programmato, prodotto da quello che c’è già.

Perché la carità sia vera, però, deve essere nostro impegno creare il collegamento reale e continuo tra le opere della carità, il vangelo della carità e i sacramenti della carità. Diversamente, le opere di carità si riducono a servizi e la Congregazione o anche la Chiesa, come ha detto più volte Papa Francesco, si riducono a una ONG, o a “società di servizi” e di attività umanitarie.

Non c’è strategia della carità senza la visione e la pratica integrale della carità cristiana. Non basta elargire i beni materiali (“il pane del corpo”) occorre dare il bene relazionale della nostra fraternità che annuncia la paternità di Dio (“divino balsamo dell’anima”). Negli operatori della carità non basta, dunque, la competenza del servizio ma ci vuole anche la formazione del cuore.

Questa esigenza della carità divina e sociale, è stata bene sintetizzata da Benedetto XVI nel Discorso al Capitolo generale dei FDP. “Le opere di carità – ci disse il 24 giugno 2010 -, sia come atti personali e sia come servizi alle persone deboli offerti in grandi istituzioni, non possono mai ridursi a gesto filantropico, ma devono restare sempre tangibile espressione dell’amore provvidente di Dio. Per fare questo - ricorda don Orione - occorre essere ‘impastati della carità soavissima di Nostro Signore’ (Scritti 70, 231) mediante una vita spirituale autentica e santa”.

Don Flavio Peloso

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