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Parrocchia Mater Dei
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Nella foto: Papa Francesco e il Vicario mons. Angelo De Donatis.

L’incontro di Papa Francesco con la diocesi di Roma è avvenuto il 15 maggio 2018, alle ore 19.00, nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Dalla Parrocchia Mater Dei era presente il parroco Don Flavio Peloso e una decina di collaboratori parrocchiali. Papa Francesco si è soffermato sulle malattie spirituali (documento 1), argomento di riflessione delle parrocchie della Diocesi di Roma e presentate nella sintesi del Don Paolo Asolan (documento 2), professore di pastorale all’Università Lateranense. Anche la nostra parrocchia ha fatto la sua valutazione sulle malattie spirituali (documento 3).

Solo il Signore può guarire

Il Pontefice si è soffermato sulla parola “radice”, l’obiettivo ultimo della guarigione e ha suggerito un percorso: “Parlare con Gesù, parlare con un altro, parlare con la Chiesa. E credo che questo sia il primo passo. Poi, aiuterà leggere qualcosa su quell’argomento. Ma sempre guardare avanti: ma, io posso fare tutto questo. Pregare, parlare con un altro, leggere … ma l’unico che può guarire è il Signore. L’unico.

La pietà popolare è il sistema immunitario della Chiesa

La malattia dell’individualismo isola dal corpo ecclesiale e dalla società, è un “guardarsi l’ombelico”, guardare sé stessi, presi dal fascino delle novità che però allontanano dal cuore.
“Come possiamo andare oltre le appartenenze esclusive dell’io e del gruppo? “Io vado con il popolo di Dio, ma migliorando, ma sempre voglio una Chiesa con popolo, una Chiesa con Gesù Cristo incarnato, un Gesù Cristo con Dio?”.
La comunità ci guarisce, la spiritualità comunitaria ci guarisce.

L’armonia dello Spirito Santo, il più valido aiuto

Soffermandosi sul tempo che divora tutte le attività della parrocchia, Francesco ricorda che la mancanza più grande è l’armonia (che è altra cosa dall’ordine), domandarsi se c’è nella propria comunità e nella famiglia diocesana.
“Dirò tre punti concreti che possono aiutare a trovare questa armonia.
Prima, la Persona del Signore, Cristo, il Vangelo in mano. Dobbiamo abituarci a leggere un passo del Vangelo tutti i giorni: ogni giorno un passo del Vangelo. Per entrare a conoscere meglio Cristo.
Secondo, la preghiera: se tu leggi il Vangelo, subito ti viene la voglia di dire qualcosa al Signore, di pregare, fare un dialogo con Lui, breve… anche la preghiera.
E terzo, le opere di misericordia.
Con questi tre punti credo che questo senso di fastidio sparisce e andiamo verso l’armonia che è tanto grande. Ma sempre chiedere la grazia dell’armonia nella mia vita, nella mia comunità e nella mia diocesi.

Giovani che cercano radici

Il Papa sottolinea il pericolo dell’alienazione dalla realtà. Ricorda il suo saluto ai giovani e nessuno gli dava la mano perché erano tutti con il telefonino a scattare foto e selfie. Sottolinea la difficoltà per loro del contatto umano nel mondo informatico e virtuale.
Dobbiamo fare atterrare i giovani nel mondo reale. Toccare la realtà. Senza distruggere le cose buone che può avere il mondo virtuale, perché servono, no? Ma è interessante, questo. La realtà, la concretezza.
Le opere di misericordia aiutano a renderli concreti. Possono trovare le loro radici attraverso il dialogo con gli anziani perché solo guardando da dove si viene si può andare avanti.

Una nuova alleanza

Siamo diventati un non-popolo, siamo chiamati ad una nuova alleanza, a rivivere in noi l’Esodo: chiedersi chi è oggi il Faraone che ci rende schiavi di altri poteri e preoccupazioni, quali le schiavitù che ci hanno reso sterili.
“Sarà necessario dedicare del tempo perché, riconosciute umilmente le nostre debolezze e avendole condivise con gli altri, possiamo sentire e fare esperienza di questo fatto: c’è un dono di misericordia e di pienezza di vita per noi e per tutti quelli che abitano a Roma. Questo dono è la volontà buona del Padre per noi: noi singoli e noi popolo.

Uscire dai noi stessi e dalle certezze

Francesco sa che nelle parrocchie vige una generale stanchezza, che si è persa la direzione.
“Forse ci siamo chiusi in noi stessi e nel nostro mondo parrocchiale perché abbiamo in realtà trascurato o non fatto seriamente i conti con la vita delle persone che ci erano state affidate (quelle del nostro territorio, dei nostri ambienti di vita quotidiana), mentre il Signore sempre si manifesta incarnandosi qui e ora, cioè anche e precisamente in questo tempo così difficile da interpretare, in questo contesto così complesso e apparentemente lontano da Lui”.
È in questo ambito che si gioca la sfida di uscire da noi stessi, dalla “ipertrofia dell’individuo, dall’attaccamento alle nostre pentole”; i nostri gruppi, le nostre piccole appartenenze, che si sono rivelate alla fine autoreferenziali, non aperte alla vita tutta intera”. Anche la “stanchezza” fa bene: ci avverte di una situazione e ci spinge a ad uscire.

A Roma, la rivoluzione della tenerezza

Francesco chiede alla sua diocesi di intraprendere un’altra tappa del cammino della Chiesa di Roma, “un nuovo esodo, una nuova partenza, che rinnovi la nostra identità di popolo di Dio, senza rimpianti per ciò che dovremo lasciare”.
“Occorrerà ascoltare il grido del popolo, come Mosè fu esortato a fare: sapendo così interpretare, alla luce della Parola di Dio, i fenomeni sociali e culturali nei quali siete immersi. Cioè imparando a discernere dove Lui è già presente, in forme molto ordinarie di santità e di comunione con Lui: incontrando e accompagnandovi sempre più con gente che già sta vivendo il Vangelo e l’amicizia con il Signore. Gente che magari non fa catechismo, eppure ha saputo dare un senso di fede e di speranza alle esperienze elementari della vita.
Persone anonime che interpretano il loro lavoro come un servizio, senza mandati particolari, che stanno preparando l’avvenire di Dio.
Fenomeni come l’individualismo, l’isolamento, la paura di esistere, la frantumazione e il pericolo sociale…, tipici di tutte le metropoli e presenti anche a Roma, hanno già in queste nostre comunità uno strumento efficace di cambiamento. Non dobbiamo inventarci altro, noi siamo già questo strumento che può essere efficace, a patto che diventiamo soggetti di quella che altrove ho già chiamato la rivoluzione della tenerezza. 

Dare nuovi frutti

Non abbiate paura di portare frutto, di farvi “mangiare” dalla realtà che incontrerete, anche se questo “lasciarsi mangiare” assomiglia molto a uno sparire, un morire. Alcune iniziative tradizionali forse dovranno riformarsi o forse addirittura cessare: lo potremo fare soltanto sapendo dove stiamo andando, perché e con ChiSi tratta di innestare virgulti nuovi: innesti che daranno frutti nuovi”.

 

 

SINTESI DEL LAVORO DELLA COMMISSIONE DIOCESANA

SULLE RELAZIONI PERVENUTE DALLE PREFETTURE

Don Paolo Asolan

 

Le malattie spirituali, in analogia con quelle corporali, sono sempre la rottura dell’equilibrio funzionale in un organismo.
Per l’organismo che la Comunità Cristiana, la buona salute e l’equilibrio funzionale risultano dalla reciprocità costitutiva della sua vita ad intra (= il suo impegno di edificazione della Comunità) e ad extra (= la sua missione e il suo servizio al mondo).

Una malattia corporale e anche spirituale c'è

  • o per la presenza di qualcosa “in più” nell’organismo (batteri, sostanze estranee, virus, lo stesso ossigeno assunto in quantità eccessiva...)
  • o per l’assenza di qualcosa che è “in meno” rispetto alle esigenze del buon funzionamento dell’organismo (sottraendo ossigeno, sangue, enzimi... come avviene per carenza di elementi vitali come acqua, cibo, vitamine...)
  • o per malattie autoimmuni (quando per difendersi da qualcosa, l’organismo produce risposte immunitarie anomale dirette contro componenti dell’organismo stesso, determinando alterazioni funzionali, come nel diabete o nelle sclerosi...)
  • o per decadimento funzionale (quando uno o più sistemi nell’organismo vengono meno alla propria funzione: Alzheimer, demenza...).

  • Presenza di qualcosa “in più” nell’organismo (batteri, sostanze estranee, virus, lo stesso ossigeno assunto in quantità eccessiva…):

- il benessere economico (anche relativo: ci sono situazioni di disagio economico crescente) e i soldi ottundono la vita spirituale in generale, cioè una vita che tiene nel suo orizzonte ciò che è immateriale. Il fattore economico (come anche la convenienza o la produttività) si sono largamente insediati come matrici di giudizio, al posto della fede e del Vangelo. Questa causa, peraltro, un grande senso di inutilità e di stanchezza (la stanchezza è lo stato d’animo più ricorrente), che viene dagli scarsi risultati pastorali nell’immediato.

- l’ipertrofia del soggetto, che stenta a viversi come persona-in-relazione, e che considera gli altri, il prossimo, come una relazione esterna e non necessaria. Non c’è coscienza e spesso nemmeno esperienza della necessità di appartenere al popolo di Dio per conoscerLo ed essere partecipi della pienezza della vita. La dimensione sociale e comunitaria è tutta da ricostruire e rieducare, sia nella vita ecclesiale che in quella civile. - La partecipazione dei singoli appare legata al sentire personale e alla compiacenza (verso i preti-guru), e così sembrano irrilevanti Gesù Cristo e la Chiesa.

- eccessivo senso di appartenenza nei confronti della propria comunità e/o esperienza di fede. Vi sono due conseguenze: il dramma (presente in tutte le schede!) di una mancanza di comunione davvero preoccupante. Si tratta forse della malattia più segnalata: le varie realtà ecclesiali non si sentono parte di un tutto (la parrocchia o la diocesi) e questo è a sua volta alla radice delle divisioni e della inconsistenza pastorale di molte proposte. La seconda conseguenza è che la missione o la formazione cristiana sono pensate come mera ripetizione della propria, consegnata ai più giovani, senza quindi una vera conoscenza di chi essi siano e di che cosa abbiano bisogno, di quale sia il contesto nel quale ora si trovano. Una prefettura segnala con una certa insistenza il problema costituito dal Cammino Neocatecumenale, a causa del quale questa frattura sembra essere particolarmente dolorosa.

- eccessivo numero di iniziative pastorali, molto frammentate e non organicamente pensate (“inutile moltiplicazione delle attività”), che non danno continuità (“si passa da un incontro all’altro senza meditarne i contenuti, da una proposta all’altra senza rimanerne coinvolti”). In alcuni casi, troppa programmazione (efficientismo), per cui lo spazio per la gratuità e il non preventivabile rimane scarso o del tutto assente. Ciò comporta una certa defigurazione del ministero pastorale, ridotto a volte a ruoli di pura gestione e coordinamento, senza che si viva una paternità/generatività spirituale. Più in generale, si registra una centratura ancora troppo decisiva sul prete in ordine alle attività pastorali, intese sempre come attività ad intra.

- in generale una malattia comune praticamente a tutte le schede è quella della frenesia, cioè di una gestione del tempo vissuto come un tiranno, che non consente altro che una vita alienata e lontana dal Signore e dai fratelli. L’organizzazione del tempo riempito di cose da fare è avvertito come una delle radici degli infiniti disagi ecclesiali, familiari e più in generale esistenziali. Ci si chiude alla bellezza e alla gratuità delle relazioni, che richiedono invece tempo.

- troppa connessione tecnologica e troppa immersione nei nuovi media rendono marginali l’annuncio verbale o scritto del Vangelo, l’appartenenza in carne e ossa alla comunità cristiana, il gusto di imparare la sapienza della fede (il sapere è dedotto da Google). La pervasività di questi mezzi concorre all’irrilevanze di autorevolezza della parola della fede. Le figure in autorità non sono quelle dei testimoni della fede o dei genitori, ma quelle enfatizzate dai media. Troppo sapere e troppe informazioni hanno preso il posto del Vangelo.

- troppe Messe e troppo schiacciamento sulle Messe anziché sull’evangelizzazione. La Messa non può continuare ad essere l’unica offerta pastorale. Al prete continuano ad essere richieste tante Messe e tanti adempimenti gestionali.

- una paura inibente di incontrare realtà difficili (i giovani “lontani”, ad esempio) o anche soltanto nuove. Questa paura determina un’eccessiva chiusura difensiva nelle attività intraecclesiali, e una sostanziale lontananza dalle questioni sociali, politiche o amministrative, non sentite come parte della missione del cristiano.

 

  • Assenza di qualcosa che è “in meno” rispetto alle esigenze del buon funzionamento dell’organismo (sottraendo ossigeno, sangue, enzimi... come avviene per carenza di elementi vitali come acqua, cibo, vitamine...)

- il deficit più segnalato è senz’altro quello della conoscenza, della fraternità e della comunione tra di noi. Non c’è scheda che non registri in termini preoccupati una mancanza di familiarità, di senso di appartenenza. Gruppi e realtà ecclesiali vengono descritti sempre come chiusi tra di loro, tranne forse le eccezioni rappresentate dai gruppi caritativi. Ogni realtà pare procedere in ordine sparso: per contrasto lo si costata anche dall’entusiasmo che gli incontri di verifica hanno suscitato in chi ci ha partecipato, quasi che l’esperienza del pregare insieme e del parlarsi al di fuori del solito gruppo di appartenenza fosse il dono (o la realtà) cercata e non mai trovata.

- manca una prospettiva diocesana che faccia unità: si intuisce in più schede che il servizio dell’unità dev’essere sovra-parrocchiale e anche sovra-prefettizio. Questo servizio dovrebbe porsi in termini sussidiari e non sostitutivi o concorrenziali con le attività e i servizi che già svolgono le parrocchie. Si sente l’esigenza di avere degli obiettivi comuni, che ci facciano camminare insieme.

- alcune schede segnalano una sorta di endemica mancanza di simpatia/fraternità tra preti. E questo si vede.

- manca il tempo per l’impegno nelle attività pastorali (anche in quelle che pure saprebbero necessarie) e la cura delle relazioni: c’è un certo analfabetismo affettivo, un’incapacità di offrire amicizia (specie ai giovani)

- mancano tempi di preghiera (qualcuno aggiunge: “manca chi insegni a pregare”) e più a fondo ancora, mancano tempi di formazione sul/al Vangelo. L’esigenza della formazione di fede è molto segnalata: sia come intelligenza della fede stessa, sia di tutti quegli aspetti culturali e sociali che fanno l’ambiente umano nel quale viviamo e che appare respingere o ritenere inutile la fede e Gesù Cristo. C’è consapevolezza di non saper trarre dalla fede e dal Vangelo le risposte e gli orientamenti per la vita in un contesto come il nostro, fattosi plurale, indifferente e qualunquista. Manca nella nostra coscienza di fede un’antropologia cristiana davvero integrale. Non appare nelle schede l’idea che il cammino di fede consista in una formazione permanente, che dura tutta la vita: a parte alcune parrocchie, nelle quali questa scelta è stata fatta e ha portato buoni frutti e un risveglio anche nella partecipazione.

- Mancano analisi kairologiche (cioè fatte dal punti di vista della fede e con categorie di fede) del territorio che organizzino una risposta comune tra parrocchie di uno stesso territorio.

- manca spesso un ricambio di responsabili delle attività: sia generazionale (siamo in presenza di strutture pastorali in genere costituitesi alcuni decenni fa: quando le generazioni che le hanno iniziate non ci saranno più, probabilmente spariranno anche le attività) che di durata (molte schede segnalano la radice delle malattie spirituali comunitarie nel fatto che alcuni laici siano da sempre responsabili di alcuni settori, e questo genera dei feudi – con tutte le rivalità del caso).

- mancano i poveri come parte della comunità e non solo come destinatari dei servizi caritativi. Bisogna aggiungere che la prassi caritativa è una delle realtà di cui tutti sono grati.

- in alcune comunità la mancanza dei giovani è un problema grave.

- mancano rapporti con l’Amministrazione circa i problemi cittadini che ci si trova a dover affrontare: siamo un popolo e invece ci comportiamo come un club privato. Manca l’offerta di una piattaforma di dialogo/confronto comune sui problemi che ha la gente. E se queste piattaforme ci sono, non partecipiamo.

- in alcune parrocchie (specie del settore Nord) manca la presenza fisica dei parrocchiani, che sono pendolari. La povertà territoriale incide anche sulla composizione della parrocchia e sulle attività che essa può fare.

 

  •  Malattie autoimmuni (quando per difendersi da qualcosa, l’organismo produce risposte immunitarie anomale dirette contro componenti dell’organismo stesso, determinando alterazioni funzionali, come nel diabete o nelle sclerosi...)

 - il pettegolezzo, la mormorazione e la critica malevola e vigliacca; di converso, la paura paralizzante delle critiche degli altri.

- il disprezzo verso altre esperienze di fede diverse dalla nostra; l’appartenenza troppo rigida al proprio gruppo, che provoca fratture e mancanza di comunione; il senso di sconfitta quando le nostre attività non hanno funzionato

- la comunicazione difettosa o addirittura mancante tra di noi; assuefazione all’indifferenza e alla solitudine, interpretate come rispetto e desiderio di non disturbare

- introversione e incapacità di fare il primo passo, di riconoscere bellezza e interesse al di fuori di noi;

- autoreferenzialità dei percorsi formativi;

- enfatizzazione degli aspetti socio-caritativi della parrocchia, ridotta a sede di servizi di questo tipo, dove la fede non c’entra

- l’attaccamento ai metodi pastorali del passato, al “si è sempre fatto così” (senza comprendere che lo scopo della nostra vita è fuori di noi, non nel preservare noi stessi)

- disinteresse verso le iniziative diocesane, sentite come “altro” rispetto alla pastorale della parrocchia

- per i bisogni fondamentali della vita – bisogni di senso, di luce, di riconciliazione – i cristiani vanno dallo psicologo piuttosto che in parrocchia.

 

  • Decadimento funzionale (quando uno o più sistemi nell’organismo vengono meno alla propria funzione: alzheimer, demenza...).

- il coinvolgimento in parrocchia più per risolvere problemi personali (solitudine, bisogno di gratificazioni personali) piuttosto che per vivere il vangelo

- la parrocchia diventata un’azienda di servizi, che moltiplica le attività senza corrispondente crescita spirituale; questo chiudersi/limitarsi alle attività provoca stanchezza e aridità; il parroco ridotto a manager, esecutore di progetti. L’impostazione parrocchiale com’è, non sostiene la vita spirituale, né del prete né dei laici

- quando le persone vengono viste solo come risorse-lavoro

- non c’è un senso trascendente in quello che facciamo

- la consegna di noi stessi agli algoritmi che plasmano le nostre identità

- una grande stanchezza: la vita si è fatta sempre più intensa e complicata

- difficile collaborazione con i religiosi

- non c’è rapporto strutturale/strutturato con il territorio

- non si ritiene per niente utile quello che si fa

 - invecchiamento/spopolamento del Centro che ha bisogno di essere pastoralmente riconfigurato

- la crisi non tocca un aspetto o l’altro della fede, ma la possibilità stessa della fede

- approccio semplicistico (culturalmente debole) alla complessità nella quale siamo immersi

- gli scandali dei pastori provocano disorientamento e allontanamento, specie dei giovani

- Alzheimer spirituale: ossia la dimenticanza della storia della salvezza, della storia personale con il Signore, del “primo amore”.

 

 

LE MALATTIE SPIRITUALI

NELLA PARROCCHIA MATER DEI

 

“Ogni comunità parrocchiale, ogni realtà ecclesiale, rifletta con franchezza su quale sia la sua malattia spirituale”. (S.E. Mons. Angelo De Donatis)

Il discernimento è stato fatto nella Parrocchia Mater Dei con riflessione personale sulla scheda inviata dal Vicariato e poi con riflessione collettiva, soprattutto con Catechisti ed Equipe Pastorale di Animazione Parrocchiale.
Qui di seguito, il referto essenziale della diagnosi per ciascuna delle “malattie”.

L’ECONOMIA DELL’ESCLUSIONE

Ti sembra che siamo affetti dall’indifferenza e dall’esclusione? Siamo troppo presi dalle cose o da noi stessi per non accorgerci degli altri, specie i più poveri e più fragili?

Viene rilevato che questa malattia non sembra toccare molto la nostra parrocchia. C’è certamente da migliorare la relazione tra i diversi gruppi.

La comunità è abbastanza inclusiva, anche se non tutti i gruppi si dedicano ai poveri e fragili. Si sente lo spirito di Don Orione che dà sensibilità verso gli svantaggiati e ci preserva un po’. Il Cristo sulla colonna della chiesa ha un braccio teso verso la comunità…

Si pone il problema di includere nelle iniziative pastorali particolari anche chi è impegnato nella vita familiare e lavorativa (di età media) con orari e iniziative consone alla loro partecipazione.

 

L’ACCIDIA EGOISTA

Ti sembra che siamo affetti dall’accidia spirituale? Andiamo avanti con inerzia, ripetendo stancamente sempre le stesse cose senza più convinzione?

A volte c’è un po’ di stanchezza e poco entusiasmo nel ripetere le iniziative comunitarie. C’è il rischio di rimanere radicati alle scelte pastorali collaudate; ma ci sono anche nuove e belle iniziative (es. ministri della consolazione).

Chi collabora è generoso perché l’attività parrocchiale comporta dedizione, rinunce, sacrifici…

 

L’INDIVIDUALISMO COMODO

Ti sembra che ci siamo un po’ rinchiusi in noi stessi, perdendo lo slancio missionario? Che difendiamo la nostra vita privata e che ci dedichiamo alla nostra fede solo per “star bene”?

Siamo aiutati dal carisma orionino ad aprirci agli altri e a vivere condivisione e fratellanza. Non è caratteristica della nostra parrocchia giungere al Signore solo per via verticale…

La vita del nostro quartiere è caratterizzata da vita molto individuale, privatizzata, frammentata negli orari e luoghi della vita quotidiana. Le iniziative comunitarie vedono spesso una partecipazione limitata perché ognuno ha “qualcos’altro da fare”.

 

LA DISCORDIA

Ti sembra che il conflitto tra noi sia alto? Rischiamo di finire bloccati dalle tensioni, dai personalismi? Invidia e gelosia sono il sottobosco della nostra comunità e dei nostri gruppi?

In genere, c’è buona accoglienza, con generosità e affetto, senza giudizi e pretese.

Nei gruppi sorgono le normali tensioni e alcuni nodi che i membri sono chiamati a sciogliere. Il confronto è sostanzialmente pacifico. Rivalità, incomprensioni e difficoltà di accettare l’altro per quello che è e che sa dare appaiono, è insito nella natura umana.

Il rimedio principale è “vivere in Cristo”, la preghiera, la formazione, ascolto della Parola, condivisione spirituale; Cristo sia “al centro” della nostra comunità.

 

IL PESSIMISMO STERILE !

Ti sembra che siamo caduti in questo pessimismo senza frutto? Nei discorsi che facciamo, nelle iniziative che portiamo avanti… pensiamo che tutto sia inutile?

È individuata come la malattia che più intacca la nostra comunità parrocchiale, soprattutto legata alla visione negativa e alla delusione del mondo “fuori” parrocchia, che “va per conto suo”, spesso inavvicinabile a motivo dei suoi ritmi e dei suoi interessi,  indifferente. È stato condiviso un senso di impotenza sul da fare di fronte alla società mondana. Non si riescono ancora a trovare chiavi di apertura diverse all’ambiente.

La tendenza alla rinuncia di incontro e di evangelizzazione è causata dallo scoraggiamento per il fatto di non riuscire a penetrare, coinvolgere. Però, nella cerchia dei parrocchiani c’è gioia della esperienza/testimonianza cristiana.

La tentazione di non fare o di fare il minimo per giungere all’ambiente parrocchiale viene anche dalla constatazione dei pochi frutti: in chiesa e nelle iniziative ci sono sempre i soliti… i ragazzi e giovani non si interessano, non rispondono…

Si ritiene terapia al pessimismo il fatto di essere fedeli e vivere di Cristo. Senza vita spirituale (sacramenti, preghiera, formazione…) non riusciamo ad essere vivi ed entusiasti con gli altri. Nella parrocchia, invece, la dimensione spirituale e di formazione personale è poco curata anche dai collaboratori attivi.

Altro rimedio è curare la coscienza di essere “strumenti” dello Spirito; fare quanto possibile e rimanere sereni.

 

LA MONDANITÀ SPIRITUALE

Ti sembra che siamo diventati un po’ troppo mondani dal punto di vista spirituale? Più che seguire il vangelo seguiamo logiche tutte umane, di apparenza, di autoaffermazione?

Si evidenzia che c’è poco tempo e spazio per l’intimità con il Signore, sia nelle espressioni comunitarie e sia anche in quelle personali. Dobbiamo aiutarci ed essere aiutati a evitare la mondanità spirituale.

“Perché lo faccio? Per chi lo faccio? Come lo faccio?” sono tre domande che funzionano come antidoto. Dobbiamo aiutarci ed essere aiutati a evitare la mondanità spirituale.

 

Alcuni elementi di terapia sono indicati nelle singole note circa le malattie.

C’è da aggiungere la convinzione condivisa che tutti noi siamo un po’ “malati” e bisognosi di cure. Il primo punto di soccorso deve essere la Parrocchia con le sue risorse. Aiutati potremo moltiplicare i benefici ricevuti.

Inoltre, si ritiene che un rimedio basilare sia riscoprire e vivere di più la fraternità, dove tutti si vogliono bene e si accettano; la comunità parrocchiale deve essere una famiglia; non è un gruppo di amici.

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