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Parrocchia Mater Dei
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L’accidia è una parola che viene dal greco: ἀκηδία «negligenza», comp. di ἀ- privativa «senza». e κῆδος «cura»

L’accidia è frutto della pigrizia spirituale, dell’indolenza, della svogliatezza che, alleate insieme, si impadroniscono sia dell’intelligenza che della volontà.

Al famoso antropologo Konrad Lorenz fu chiesto: Come definirebbe in quattro parole l’uomo maturo? Lui rispose: "Sì, bastano anche tre sole parole: CHI HA CURA.

Sinonimi: negligenza, abulia, apatia, indifferenza, fiacca, fiacchezza, ignavia, indolenza, inerzia, infingardaggine, pigrizia, poltroneria, svogliatezza.

Contrari: alacrità, attivismo, dinamismo, lena, operosità, solerzia, sollecitudine, zelo.

Icona dell’accidia: lo sbadiglio.

 

Papa Francesco mette spesso in guardia dalle più ricorrenti “malattie” – così le chiama - che rovinano la vita spirituale personale, la comunione fraterna e la missione nella Chiesa. Tra le malattie spirituali, insiste molto sull’accidia.

Evangelii Gaudium 81. Abbiamo più bisogno di un dinamismo missionario che porti sale e luce al mondo. Molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero.

Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per diversi anni. Ma qualcosa di simile accade con i sacerdoti, che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale.

Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso invece che una gioiosa risposta all’amore di Dio che ci convoca alla missione e ci rende completi e fecondi. Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti in un’accidia paralizzante.

Evangelii Gaudium 82. Il problema non sempre è l’eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile. Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia ragionevole, e a volte facciano ammalare. Non si tratta di una fatica serena, ma tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata.

Questa accidia pastorale può avere diverse origini.

  1. Alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare.
  2. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo.
  3. Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità.
  4. Altri, per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa.
  5. Altri cadono nell’accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare il ritmo della vita. L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce.

Evangelii Gaudium 83. Così prende forma la più grande minaccia, che «è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità».

Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da sé stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come «il più prezioso degli elisir del demonio».

Chiamati ad illuminare e a comunicare vita, alla fine si lasciano affascinare da cose che generano solamente oscurità e stanchezza interiore, e che debilitano il dinamismo apostolico. Per tutto ciò mi permetto di insistere: non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!

 

            PER L’APPROFONDIMENTO

L’accidia è il settimo ed ultimo peccato capitale; è un vizio (un abito) e non solo un peccato come atto. Produce molti peccati, ma raramente è individuata e combattuta come tale. L’ozio è il padre dei vizi!

L’accidia è una “malattia spirituale” che esprime un forte disagio esistenziale. Ma spesso oggi è curata solo come una “malattia psicologica” (lo è anche, porta alla depressione).

Don Orione scrive a Fra Giuseppe, un suo eremita: “Ti metterai di buona volontà e con fervore, e caccerai lontano da te quella brutta accidia e mala voglia di disciplinarti col lavoro, colla fatica umile e colla umiltà. Tu devi spogliarti di quella falsa vernice che sa troppo di mondanità nel tuo fare e nella tua vita”.

Don Orione a un confratello: “Non abbandonarti a quel senso di pessimismo e malinconia”.

Don Orione ai Confratelli del Brasile: “Ci vuole un illuminato spirito di intrapresa, se no certe opere non si fanno; la vostra diventa una stasi, non è più vita di apostolato, ma è lenta morte o fossilizzazione. Avanti, dunque! Non si potrà far tutto in un giorno, ma non bisogna morire né in casa, né in sacrestia: fuori di sacrestia!”.

 

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