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Parrocchia Mater Dei
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Autore: Giuseppe Zambarbieri



TOMMASO GALLARATI SCOTTI,
Commoventi episodi della vita del letterato

 

di Giuseppe Zambarbieri

 

Doveva nutrire sentimenti di particolare affetto e stima don Orione, verso il duca Tommaso se, alla fine del 1939 e agli inizi del 1940 – quando per la salute ormai compromessa non poteva quasi più viaggiare – incaricava me, che facevo la spola fra la Casa madre di Tortona e il Piccolo Cottolengo milanese, di telefonare in casa Gallarati Scotti assicurando il suo ricordo, la sua preghiera, specie per la figliola ammalata.

Era un'amicizia corrisposta con pari intimità e tenerezza: me ne accorgevo anche dal tono della voce del duca Tommaso, quasi stupito che don Orione avesse un ricordo così continuo e delicato: si commuoveva nel raccomandarmi di ringraziare del pensiero e della preghiera che gli erano di tanto conforto in momenti particolarmente tribolati.

Doveva avere conferma dell'amicizia di Tommaso Gallarati Scotti soprattutto dopo la morte di don Orione. Gli avevo chiesto un pensiero per un numero unico commemorativo «in die trigesima», che, desiderato da don Sterpi, stavo preparando presso la nostra tipografia emiliana di Venezia. La pagina del duca Tommaso, «Il credo di don Orione», è certamente fra le testimonianze più insigni. Altre se ne aggiunsero, e assai preziose, nelle sue deposizioni al processo per la causa di beatificazione.

Negli anni '50, trovandomi alla direzione del Piccolo Cottolengo milanese, ho avuto la possibilità di frequenti contatti. Ne ricorderò due di significativo interesse. Sul finire del 1955 – a quindici anni dalla morte di don Orione – mi ero permesso esprimergli il desiderio di un ricordo sul «Corriere della Sera», dove la sua firma appariva frequentemente.

Il 22 novembre usciva, in terza pagina, uno splendido articolo da cui stralcio qualche brano: «Qui è l'amico di don Orione, non il letterato che parla… Il privilegio della mia conoscenza profonda di don Orione viene appunto da questo, che la nostra, oso dire, amicizia, se si può parlare di amicizia con un simile Uomo, data precisamente da quel 1908 in cui ci trovammo insieme in un'opera sociale e religiosa, a Messina, dopo il terremoto. La prima impressione che ebbi fu di meraviglia perché questo piccolo prete, non elegante, di nessuna apparenza – solo gli occhi erano meravigliosi quando si accendevano per le cose di Dio e del prossimo – quest'uomo così modesto, così poco discorsivo – poche parole e molti fatti – aveva intorno a sé un alone, non dico di simpatia, che è una parola banale, ma di venerazione, sin d'allora, che mi fece molta meraviglia… Io parlai con uomini che allora erano molto lontani dallo spirito di don Orione, dalla fede di don Orione, e che, in un momento di divisione tra i due poteri molto marcata, rappresentavano il polo opposto di don Orione. Parlo di Sonnino, di cui tutti sanno qual era lo spirito nettamente anticlericale; parlo di Leopoldo Franchetti, altissima anima, generosissima nel comprendere i bisogni del Mezzogiorno, ma che, oltre tutto, era israelita. Ebbene, questi due uomini parlavano di don Orione come di un grand'Uomo. Erano affascinati da don Orione come da chi avesse dentro di sé qualcosa da dire al mondo, non solo all'Italia. Erano commossi quando parlavano con don Orione, erano umili di fronte a don Orione. “Che cosa c'era dentro, in quest'uomo?” io mi domandavo, “che cosa è? Dov'è avviato? Qual è il suo destino? Vescovo forse? Papa?”. Solo oggi posso dire: tutti sentivano il Santo. Il Santo che è al di sopra di tutti, che congiunge tutti, che abbraccia tutti, che comprende tutti. C'era in don Orione una comprensione umana per cui quelli che erano compresi, si sentivano avvicinati a lui e, attraverso lui e a quello che c'è di divino in ciascuno, si sentivano avvicinati all'afflato eterno che Dio spira in tutte le anime umane».

Ma la confidenza più intima dovevamo averla due anni dopo, a Bellagio. Si celebrava, nel settembre 1957, il convegno internazionale degli «Amici di Don Orione» e il Duca, informato, non solo ci accolse a Villa Melzi, ma accettò di dire una parola alla chiusura del congresso. Parò per oltre mezz'ora, rivelando episodi commoventi, come quando aveva fatto un ritiro nell'abbazia di S. Alberto di Butrio, accanto all'eremita cieco Frate Ave Maria, sotto la guida spirituale di don Orione, che prima di accettare la sua confessione, aveva voluto che sapesse dire il Padre nostro, fino in fondo… «Perdona a noi, come noi perdoniamo». Gli costava molto perdonare in ore di amari contrasti, ma con l'aiuto di don Orione c'era riuscito.

Nella sala si era creato un clima d'intensa commozione, mentre lo stesso Duca appariva visibilmente emozionato. Aveva concluso così: « Sarebbe vano aver raccolti gli Amici di don Orione se non sentissimo che proprio lui ci viene incontro e ci aiuta a sentire l'amore vero, cristiano, l'obbedienza cristiana, l'umiltà cristiana, se non sentissimo il dono di esempio che Egli fa a questi suoi fedeli, a questa famiglia sua; e oso dire che c'è per ciascuno di noi una promessa – io credo di interpretarla come una promessa - . Una promessa che suona particolarmente dolce a chi si avvia alle ore supreme in cui ci troveremo faccia a faccia col Signore. Un giorno dissi a don Orione: «Caro don Orione, io vorrei averla vicino al mio letto di morte perché non vedo nessun altro prete che potrebbe consolarmi». Lui mi disse: «Oh, ma ci vengo, ci verrò!» Questo era tanti anni fa, prima della sua morte. Ci verrò». Ed io dissi: «Lei sa che alle volte non c'è tempo di avvertire». « Non importa, io lo saprò e sarò presso di te». Così suona la promessa: la promessa che, agli Amici di don Orione, lui sarà sempre vicino e soprattutto all'ora suprema. Ed io mi auguro di non aver interpretato male questa promessa fatta a me, e che è fatta un po' a tutti quelli che lo amano e che lo seguono».

La notizia della sua morte mi sorprese il 2 giugno 1960 mentre mi trovavo per caso di passaggio a Milano. Con il buon don Capelli, direttore del Piccolo Cottolengo, ci recammo nel pomeriggio a Bellagio per una visita alla salma. Ero assorto in preghiera quando una figlia del Duca mi si avvicinò per dirmi che la mamma desiderava parlarmi. La seguii subito.

La Duchessa, inferma, voleva non solo ringraziarmi ma dire qualche cosa di non ordinario, successo nell'agonia di Tommasino. Era apparso molto agitato e inquieto durante la malattia. Alla vigilia della morte invece, una grande serenità e pace. «Invocava don Orione e pareva lo sentisse vicino…».

Mi è venuto spontaneo ricordare quello che il duca Tommaso ci aveva detto conchiudendo il congresso di Bellagio. Don Orione, amico fedele, aveva mantenuto la sua promessa.

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