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Parrocchia Mater Dei
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Autore: Flavio Peloso

Don Orione ricordava la mamma Carolina con ammirazione e affetto. Faceva ricorso a esempi e parole della mamma come a sorgente di valori umani e cristiani.

CAROLINA FELTRI
Note di storia e di personalità.


Flavio Peloso

 

Domenico Feltri e Maria Serafina Fagioli erano contadini e, nei primi trent’anni del secolo XIX, come era allora costume, cambiarono spesso dimora, da una cascina all'altra, là dove c'era lavoro nei comuni del Basso Pavese e dell’Alessandrino, specie a Rivanazzano e a Casalnoceto. Nel 1832, si stabilirono nella Cascina Piccagallo Bruciato.   La cascina Piccagallo era una delle più antiche del territorio, con la pianta quadrangolare tipica delle cascine padane, con al centro la grande "corte". Fu un’antica proprietà dei Gesuiti, poi dei Marinetti (di cui faceva parte il fondatore del futurismo), di Urbano Rattazzi e atualmente della famiglia Berri. La particolarità della cascina Piccagallo è che, ancora oggi, per metà si trova nel Comune di Castelnuovo Scrivia, mentre l'altra metà, dove c'è la casa padronale, appartiene al Comune di Pontecurone.

Domenico Feltri e Maria Serafina Facioli, si stabilirono alla Cascina Piccagallo nel 1832 e, l’anno seguente, l'11 dicembre 1833, nacque la loro figlia Carolina, come risulta dai documenti dell'archivio parrocchiale di Castelnuovo.(1) Siccome le abitazioni dei contadini erano sul lato castelnovese della cascina, Carolina Feltri risulta nata a Castelnuovo. Al battesimo, gli furono dati i nomi di Maria Antonia Carolina. Dopo di lei nacquero le sorelle Maddalena e Giuseppina.

 

Carolina, ancora giovinetta, per aiutare l’economia familiare, Carolina prese servizio come cameriera. E fu proprio in queste circostanze che incontrò il giovane Vittorio Orione che sposò dieci anni più tardi. (2) Don Orione stesso raccontò più volte le circostanze del primo incontro dei suoi genitori.  “Si era nell’anno 1848 e passavano da Pontecurone, mio paese, i soldati che andavano alla guerra. Una truppa si fermò nell’abitato e alcuni militari andarono a mangiare ad un’osteria, dove mia madre faceva da cameriera. Nel vedere quella fanciulla che serviva a tavola con sveltezza, alcuni di quei soldati si permisero di dirle qualche parola un po’ libera… Ella lasciò andare uno schiaffo al più vicino e tacita continuò nel suo lavoro… Le dissero poi che il colpito si chiamava Vittorio D’Uriòn. Mio padre fece poi il soldato. Ritornato a Tortona, andò a Pontecurone a vedere se quella cameriera fosse ancora libera, pensando tra sé: Quella giovane deve essere con la testa a posto”.  L’intuizione di Vittorio venne confermata dai fatti perché Carolina nel frattempo non si era ancora sposata. Rimasero fidanzati per un paio d’anni e poi, l’11 febbraio 1858, nella chiesa Collegiata di Santa Maria Assunta si unirono in matrimonio. (3) Da loro nacque Luigi Orione il 23 giugno 1872.

Dopo il matrimonio, Vittorio Orione avrebbe anche potuto metter su casa a Tortona dove, in località "La Fitteria", possedeva una casetta. Fissò invece la sua residenza a Pontecurone, giacché i novelli sposi - lui aveva 32 anni e Carolina 24 - avevano avuto la buona sorte di essere accettati gratuitamente quali portinai della villa che l'onorevole Urbano Rattazzi teneva in paese, sulla via maestra, Via Bertarelli Galliani n.56. "La mia famiglia è stata per quasi 15 anni portinaia della famiglia di Urbano Rattazzi, che è stato Primo Ministro", ricorderà Don Orione.

Vittorio, terminato il lungo servizio militare, volle riprendere il mestiere esercitato fin da ragazzo, quello di selciatore di strade, tradizionale nella sua famiglia; fu a capo di una squadra, tra cui inserì, ancora ragazzo, pure Luigi, (4) come aveva fatto prima con i suoi fratelli, Benedetto, più grande di tredici anni, nato il 29 maggio 1859, e Alberto, nato il 27 giugno 1868. (5)

La cura della casa e il lavoro presso famiglie nobili o borghesi occupavano gran parte delle giornate di Carolina. Inoltre, si industriava per guadagnare da vivere. La stagione della mietitura del grano dava l’occasione ai poveri di “spigolare” il grano lasciato sul campo. Ricorda Don Orione:  “Quando ero piccolo mia madre, povera donna, mi chiamava presto, quando andava a spigolare; ma, una volta giunti là, io mi addormentavo bravamente, e mia madre stendeva il suo grembiale per terra, ed io ci dormivo sopra felicemente”. (6) All’apparire del sole Luigino si divicolava dai panni e si metteva a raccattare anche lui le spiga. Don Orione ricordava bene le parole della mamma,  “Cata su, Luis, ch’l’è pan!”,  Piglia su, Luigino; che è pane!», che gli trasmisero quasi il culto del pane e del lavoro. (7)

La famiglia Orione viveva una vita sacrificata. Gli Orione erano considerati tra i più poveri del paese.  “Quella povera vecchia contadina di mia madre - ricordava Don Orione - si alzava alle 3 di notte e via a lavorare, e pareva sempre un fuso che andasse, e sempre s’industriava, faceva da donna e, con i suoi figli, sapeva fare anche da uomo, perché nostro padre era lontano a lavorare nel Monferrato. Batteva il falcetto per fare l’erba, e lo affilava essa, senza portarlo all’arrotino; faceva la tela con canapa filata da essa, e i miei fratelli si divisero tante lenzuola, tanta bella biancheria, povera mia madre! Teneva da conto fin i coltelli rotti, e questi sono stati la mia eredità. Non correva a comperare, se proprio non poteva farne a meno”.  (8)

D’inverno, dalla festa di Tutti i santi, mamma Carolina portava, alla sera, i figli alla stalla del podere di Luigi Guagnini, per  risparmiare petrolio della lampada, per godere del tepore, per poter lavorare ancora un poco ai ferri e cucire e per scambiare qualche parola in compagnia.

Rispetto al marito Vittorio, mamma Carolina fu certamente più fervorosa e attenta educatrice dei suoi figli nella fede e nella pratica cristiana. Don Orione la ricordava sempre con accenti di ammirazione oltre che di affetto. Lungo la vita fece spesso ricorso a esempi e parole della mamma come a sorgente di valori umani e cristiani.

Come si usava a quei tempi, mamma Carolina accompagnava Benedetto, Alberto e Luigi in chiesa per verificare se partecipavano alla santa Messa. Li interrogava sul contenuto del vangelo e sulla predica, chiedendo anche chi avesse celebrato.  “Mia madre, anche quando io e i miei fratelli eravamo già grandi, ci fissava il posto in chiesa:  perché, diceva, vi voglio vedere. Voleva sapere dove si era in chiesa e voleva sentire anche la nostra voce a pregare”.  (9)

Durante il suono dell’Ave Maria, Luigi e i suoi fratelli si inginocchiavano a pregare l’Angelus.  “Mia madre ci faceva dire le preghiere seduti, soltanto se eravamo malati”. Al mattino e alla sera non mancava mai la preghiera.  “Mia madre, nell’insegnarmi le preghiere, ricordo, me le insegnò anche alcune in dialetto, come le sapeva… Era una donna timorata di Dio, che voleva crescere noi, suoi figli, nel santo timore di Dio…”. (19)

Ho avuto una madre che non sapeva né leggere né scrivere, ma tanto piena di buon senso che, quanto più invecchio, tanto più mi accorgo che donna era. Ora, essa andava molto spesso a fare la Comunione e pregava per noi e per mio padre, che non aveva perduto la fede, ma, educato alla milizia, e rimasto orfano da fanciullo, non era cattolico praticante. Quando mia madre tornava dalla chiesa ci diceva:  ‘Ho fatto la Comunione, o meglio, ho ricevuto il Signore; è ho pregato prima per voi e poi per me’.  Oh! L’amore di una madre che si toglie il pane dalla bocca per darlo ai figli e non si veste per vestire i figli e muore per dare la vita ai figli! Quante madri sono morte per questo! Ci diceva, dunque, mia madre: Ho pregato per voi, ho ricevuto il Signore, per voi e poi per me”.  (11)

Don Orione riassumeva quanto ricevuto da mamma Carolina dicendo: “Mia madre era una povera donna che non sapeva né leggere né scrivere, ma ci aveva educati così bene che potevamo stare a pari dei figli di un principe”.

 

Alcuni episodi sottolineano la fortezza d’animo e la coerenza di questa donna. Non si ritrasse dal fare osservazione a un sacerdote del paese che, durante l’esposizione del SS. Sacramento agiva in modo distratto; andò in sacristia e gli disse:  “Ci crede o non ci crede che quello che lei tocca è il Signore? Il Signore non si tratta così.. .”. (12)

Come ricordato sopra, Carolina voleva verificare la presenza devota dei suoi figli alla Messa domenicale e nell’interrogarli domandava loro chi avesse celebrato. Se la celebrazione era stata presieduta dal Canonico Cattaneo o dal viceparroco, rimaneva soddisfatta ma  “se dicevamo: L’ha detta don Gaetano… - Allora taceva: ma, quando di nuovo suonava, diceva:  - Andate alla Messa! - Noi le prime volte dicevamo: - Ma ci siamo andati! – E lei pronta: - Andate a sentire un’altra Messa! Don Gaetano era un prete indegno di questo nome, che dava scandalo, e la scia del male di quel prete vive ancora adesso”.

Ricordiamo ancora un ultimo insegnamento che Don Orione riferiva alla scuola di mamma Carolina che tanto teneva alla concordia e buona pace in famiglia.  “Guai ai mormoratori!  – avvertiva Don Orione - Dovranno rendere conto davanti a Dio. Guai a chi semina discordie. Sentite una cosa contro una persona? Fatela morire dentro di voi! Mia madre, buon’anima, che non sapeva né leggere né scrivere, mi raccomandava tutti i giorni: ‘Getta sempre acqua sul fuoco, non aggiungere legna; se vedi un zolfanello acceso, spegnilo; non attirare il fuoco; mettici il piede sopra! Quando parli, guardati dall’essere come la vespa, che con il suo pungiglione punzecchia sempre!’. Grandi insegnamenti questi, che restano impressi bene nella mente”.  (13)

Per Carolina fu una grande gioia vedere il figlio Luigi sacerdote. Questi, qualche volta, gli faceva inondare la casa dai suoi ragazzi del collegio che vi venivano in passeggio. Mamma Carolina li attendeva cordiale e generosa. Divoravano pane e frutta, bevevano l’acqua zuccherata e mettevano tutto sottosopra. Lei sorrideva soddisfatta di quei ragazzi e del suo Luigi.

Col passare degli anni, qualche volta si lamentava perché si sentiva trascurata da Don Luigi che, impegnato nella sua Fondazione, diradava sempre più le sue visite alla mamma. Scusandosi, così le scriveva:  “Ho ricevuto il canestro di frutta, e te ne ringrazio di cuore. Come sai sono tornato e per un po’ spero di non andare più via, e di venire a casa, non un’ora, ma una mezza giornata. Tu sarai un poco adirata con me, ma non te la prendere. Vedi, io prego sempre per te, e penso tutti i giorni a te, quando sono sull’altare e tengo tra le mani il Signore. E’ vero che dovrei scrivere di più e dimostrarmi più riconoscente che non ho fatto fin qui, ma è proprio un difetto mio di cui devo emendarmi, e lo spero con il divino aiuto… Ricevi i saluti di Don Sterpi e i miei, che estendo a tutti quei di casa. Tuo aff.mo Don Luigi”.  (14)

Solo quando Benedetto e Alberto divennero indipendenti nel lavoro, perché trovarono posto nelle ferrovie, Carolina giunse, con tanti sacrifici personali, ad accantonare qualche migliaio di lire, somma allora notevole, rivelatasi, in seguito, provvidenziale anche per Don Orione che in alcuni momenti difficili poté ricorrere all’aiuto della mamma. (15) Leggiamo in un autografo: “Tortona li 3 Giugno 1898. Dichiaro io sottoscritto d’aver ricevuto dalla mia famiglia - Orione Carolina - vedova Orione Vittorio - e fratelli Benedetto e Alberto L. 3000 (dico tremila) in prestito al 5% all’anno. In fede. Sac. Orione Giovanni Luigi”. (16)

Morto il marito Vittorio, nel 1892, e dopo il matrimonio dei figli Benedetto e Alberto, mamma Carolina rimase sola a Pontecurone per diversi anni, sempre attenta, anche da lontano, ai figli, alle loro famiglie e con un occhio particolarmente benevolo verso Don Luigi. Nel febbraio del 1907, Don Orione riuscì a convincere la mamma a lasciare la solitudine del paese e ad avvicinarsi a lui, accettando di seguirlo al Paterno di Tortona.

Andò al Paterno con le sue poche cose, ma gioiosa di trascorrere gli ultimi mesi della vita vicino al figlio sacerdote.  “Nell’ultimo periodo della sua vita, ricordava Don Orione, la volli a Tortona; ed ella si portò le sue cose, tra l’altro anche una mezza botticella riempita di terra, con dentro un oleandro, e l’annaffiava tutti i giorni, e se lo curava. Siccome stavamo fabbricando i portici del Paterno, essa fu messa nella prima camera a pianterreno, a destra entrando, nel noviziato vecchio. Morì in quella camera”.  (17) Era il 17 ottobre 1908 ed aveva quasi 75 anni di età.  “Quando è morta, le abbiamo ancora messo il suo vestito da sposa, dopo 51 anni che si era sposata: se l’era fatto tingere in nero, e faceva ancora la sua più bella figura, ed era il suo vestito più bello!”.  (18) Mamma Carolina fu sepolta nella cappella Piolti-Carbone-Salvi del cimitero di Tortona. (19)

Ogni ritorno a Pontecurone ricordava a Don Orione l’infanzia e la mamma: “Quando guardo i campi del mio paese e vedo dove  andavo a tagliare l’erba o a far legna, e vedo le strade per cui passavo quando, alla sera, con mia mamma sola, portavo il carico che sembrava mi spaccasse il cervello, vedo gente che non conosco più…”. (20)

 

N O T E _________________________________

  1. Gianluigi Berri, il proprietario di Piccagallo, ex allievo del Dante,  ha voluto fissare tale memoria con un'epigrafe lignea, ricavata dal tronco di un antico albero caduto l'inverno scorso a causa della neve. Un evidente richiamo alla semplicità, alla tenacia e alla forza della fede di Carolina, trasmesse direttamente al suo figliolo, san Luigi Orione. L’epigrafe è stata benedetta il 28 giugno 2014 dal 7° successore di Don Orione, Don Flavio Peloso.
  2. Vittorio Orione nacque a Tortona il 3 dicembre 1825. Nel foglio di congedo dal 12° Reggimento di Fanteria, 6° Compagnia, leggiamo che egli venne arruolato nell’armata il 28 novembre 1845; il 9 gennaio 1846 fu assegnato “cacciatore”; il 13 marzo 1849 “granatiere”; il 1 gennaio 1853 “soldato scelto”. E con questa qualifica venne congedato a Nizza Marittima l’8 gennaio 1854.
  3. Nello stesso giorno e nella stessa ora, a Lourdes, un’umile fanciulla di nome Bernadette Soubirous vide una bianca Signora, viva, circondata di luce, dal volto soave. In quel giorno, iniziarono le apparizioni della Madonna a confermare il dogma dell’Immacolata Concezione promulgato pochi anni prima da Papa Pio IX.
  4. In verità il nome del bambino era Giovanni Luigi. “Io sono Giovanni nei documenti. Mi chiamarono anche Luigi perché era morto un mio fratellino ed io ne ereditai il nome”; in Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Documenti e testimonianze, I: 1872–1893, Piccola Opera della Divina Provvidenza, Roma, 1958, 49.
  5. Un altro fratellino che si chiamava Luigi, nato il 4 aprile 1864, morì il 13 luglio 1865.
  6. Parola 13.9.919.
  7.  
  8. Scritti 4, 267.
  9. Parola 6.8.39.
  10. Parola 31.1.30; 4.4.32.
  11. Parola 18.3.34.
  12.  Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza, I, 58.
  13. Parola 11.9.19.
  14. Scritti 40, 224.
  15. Don Orione si servì degli orecchini della mamma per ottenere l’aiuto necessario per pagare una cambiale di £ 25.000 in scadenza, come lui stesso raccontò: “Mi raccomadai allora al Signore; quando capii, però, che il Signore non mi ascoltava, mi raccomandai alla Madonna… Vedendo dunque, allora, prima del 1900, che anche la Madonna faceva la sorda, mi venne un’idea… Pensai, dunque, di prendere gli orecchini e di appenderli alle orecchie della Madonna della Divina Provvidenza che abbiamo in cappella a Tortona. Salii sull’altare e, non ridete, bucai le orecchie alla Madonna… Pensavo tra me: Ora ci sentirà, perbacco”. L’esito fu positivo. Questo racconto è riportato con ricchi particolari inDon Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza, II, 590-594.
  16. Scritti 112, 248.
  17. Parola 1.10.30.
  18. Scritti 4, 267.
  19. Le Suore di Casa Madre conservano un bel quadro del pittore Scarampi di Corana in cui è raffigurata vicino a Don Orione.
  20. 24.8.1924.

“Non era troppo religioso, ma morì cristianamente e mi voleva un gran bene”; 17.8.1928. “Mio padre aveva un cuore largo. Diede il suo patrimonio con una finta vendita per impedire che un fratello facesse fallimento”; Parola 1.10.1930.

Parola 20.2.1933.

 

 

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